7 lezioni di marketing che Sanremo 2026 ci ha insegnato (o ricordato)

Perchè Sanremo è Sanremo
Guardiamo Sanremo con un occhio alla gara e uno alla comunicazione. È inevitabile, quando lavori in questo settore.
Cinque serate in cui brand, artisti, conduttori e pubblici diversissimi si incontrano sullo stesso palco, e dove ogni scelta narrativa produce un risultato in tempo reale, senza possibilità di correzione.
Quest’anno è successa una cosa che ci ha colpito più delle polemiche, più degli outfit, più dei duetti.
Ha vinto Sal Da Vinci. E nel modo in cui ha vinto, c’era dentro quasi tutto quello che proviamo a spiegare ai nostri clienti ogni giorno.
1. Dove si nasconde il tuo pubblico più fedele?
Sal Da Vinci non è un esordiente, e non era sparito. Negli anni tra il suo Sanremo del 2009 e questo, ha continuato a lavorare: teatro, musica live, una carriera solida nel suo mondo.
Solo che quel mondo non coincideva con i circuiti mainstream, con le playlist digitali, con i trend del momento.
Poi nel 2024 arriva Rossetto e Caffè, oltre 120 milioni di stream, senza una campagna, senza spinte.
Solo persone che si passano un brano perché gli dice qualcosa.
Quella base non era dormiente. Era semplicemente in un posto che non stavamo guardando.
È una distinzione importante anche per i brand: a volte il problema non è che il pubblico è sparito, è che lo stiamo cercando nei posti sbagliati.
Prima di dichiarare che un prodotto non funziona più, vale la pena chiedersi: “esiste già qualcuno che ci ama, e che semplicemente non incrociamo nei nostri soliti canali?”
2. I momenti veri valgono più dei contenuti perfetti
Quando Laura Pausini ha detto il suo nome, Sal Da Vinci è crollato in ginocchio.
Lacrime, la voce rotta, “non ci capisco niente”.
Nessuna posa, nessun momento studiato.
Quella reazione ha fatto il giro dei social in pochi minuti e ha superato qualsiasi contenuto prodotto durante il Festival.
Non era comunicazione. Era emozione vera, e per questo è diventata il contenuto più condiviso della settimana.
Lavoriamo in un settore ossessionato dall’ottimizzazione.
Ogni parola pesa, ogni immagine viene approvata tre volte, ogni post ha il suo A/B test.
E va bene così.
Ma ogni tanto bisogna ricordarsi che le persone non si connettono con i brand perfetti, si connettono con i brand umani.
Mostrare un errore, una sorpresa, un momento non filtrato non è un rischio: spesso è l’unica cosa che resta.

3. Come si trasforma un prodotto in un’esperienza memorabile?
Per Sempre Sì non è rimasta solo una canzone in gara.
Sal Da Vinci ha portato il Festival fuori dall’Ariston, con una promessa d’amore simbolica davanti alla Concattedrale di San Siro che ha bloccato il centro di Sanremo.
La canzone è diventata una cerimonia.
L’artista è diventato un officiante.
Le persone presenti non hanno solo assistito a qualcosa: hanno vissuto qualcosa.
Questa è la differenza tra promuovere un prodotto e costruire un’esperienza.
Non è questione di budget. È questione di prospettiva.
La domanda giusta non è “come facciamo parlare di noi?” ma “in quale momento della vita delle nostre persone possiamo avere davvero un senso?”
Quando riesci a risponderti, smetti di fare pubblicità e inizi a fare memoria.
4. La storia vera è l’unica che non si può copiare
“Questa è la vittoria di tutti quelli come me che vengono dal basso.”
Una frase sola, detta con la voce spezzata sul palco.
Napoli, la famiglia, gli anni in cui nessuno ti chiama, la gavetta che non finisce mai.
Sal Da Vinci non aveva bisogno di un copywriter per costruire il suo brand purpose.
La storia era già lì: vissuta, reale, riconoscibile.
Molti brand investono tanto nel purpose e ottengono poco, perché il purpose è uno statement invece che una storia.
Dove nasce la tua azienda?
Cosa avete rischiato?
Cosa avete sbagliato prima di capire cosa fare?
Queste cose non si inventano, non si ottimizzano, non si replicano.
Sono il vostro asset narrativo più forte, e spesso è quello che viene raccontato meno.
5. Chi è davvero il tuo pubblico?
Al televoto ha vinto Sayf con il 26,4%.
Sal Da Vinci era al 23,6%.
Ha vinto comunque, grazie alla sala stampa e alla giuria delle radio.
Non è un’anomalia. È una mappa.
In qualsiasi settore, il “pubblico” è composto da strati diversi:
clienti finali, professionisti di settore, media, distributori, partner.
Una strategia che parla solo alla massa può perdere proprio dove si prendono le decisioni che contano.
Chi sono i gatekeepers del vostro mercato?
State investendo anche lì, non solo nelle campagne visibili?
Nel marketing non vince chi è più perfetto, ma chi è più riconoscibile.
E la riconoscibilità nasce sempre da una verità, non da un algoritmo.
Lezioni di marketing da Sanremo 2026
6. I passaggi di testimone mettono alla prova l’identità di un brand
Carlo Conti ha annunciato che non tornerà nel 2027.
Arriverà Stefano De Martino, amatissimo, ma profondamente diverso per linguaggio e pubblico.
Il Festival come brand dovrà sopravvivere a questa novità.
Non è scontato.
E non è solo un problema della RAI.
Ogni volta che un’azienda cambia il suo volto principale, rischia di perdere la coerenza percepita dall’esterno.
I vostri valori esistono indipendentemente dalla persona che li rappresenta?
Se la risposta è no, c’è del lavoro da fare.
7. Essere profondamente locali può diventare una strategia globale?
Sal Da Vinci andrà all’Eurovision 2026.
Ha 56 anni, viene da Napoli, canta una ballata d’amore con radici melodiche forti.
Non è il profilo che un algoritmo sceglierebbe.
Eppure funziona.
Perché una storia vera, raccontata con piena identità, non ha bisogno di essere tradotta.
Quando i brand pensano all’internazionalizzazione, spesso smussano gli angoli.
A volte vale la pena fare l’opposto: essere così riconoscibilmente se stessi da diventare interessanti proprio perché nessun altro potrebbe essere voi.
Domande frequenti
Cosa insegna Sanremo 2026 ai brand?
Sanremo 2026 dimostra che autenticità, identità forte e comprensione multilivello del pubblico
sono leve più potenti delle sole tecniche di ottimizzazione.
La vittoria di Sal Da Vinci evidenzia come coerenza narrativa, radicamento identitario
e connessione emotiva possano superare le sole logiche di performance.
Perché l’autenticità è così importante nel marketing?
Le persone si connettono con ciò che percepiscono come reale.
La perfezione genera attenzione momentanea, l’autenticità genera fiducia.
I momenti non costruiti, spontanei e coerenti con l’identità del brand
sono quelli che producono memorabilità e condivisione organica.
Come si intercetta un pubblico che sembra scomparso?
Spesso il pubblico non è scomparso: si è spostato.
Può trovarsi in community verticali, offline, o in circuiti non mainstream.
La soluzione non è aumentare il budget,
ma ampliare la mappatura dei touchpoint e rivedere gli strumenti di osservazione.
Qual è la differenza tra promuovere un prodotto e creare un’esperienza?
Promuovere un prodotto significa comunicare caratteristiche e benefici.
Creare un’esperienza significa inserirsi in un momento significativo della vita delle persone.
Nel primo caso il brand viene visto.
Nel secondo caso viene ricordato.
Essere locali può aiutare nell’internazionalizzazione?
Sì. Un’identità forte e radicata rende un brand distintivo anche su mercati globali.
Smussare eccessivamente la propria personalità per adattarsi a tutti
può ridurre impatto e riconoscibilità.
La coerenza identitaria è spesso la leva più potente di espansione internazionale.
Bibliografia
Risultati e percentuali ufficiali Sanremo 2026
Analisi del televoto: Sayf primo con 26,4%, Sal Da Vinci al 23,6%
Come ha vinto Sal Da Vinci: dettaglio serata per serata
Conferma partecipazione Eurovision 2026 a Vienna
Passaggio di consegne Conti → De Martino annunciato all’Ariston
Sal Da Vinci: biografia e fenomeno “Rossetto e Caffè”
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